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ITINERARI

Ancora nomadi, i nostri progenitori trasmisero ai loro figli, che portavano in grembo o sulle spalle, il ritmo della narrazione attraverso il cammino, la cadenza del passo: prima, originaria scansione del tempo. Domandarsi cosa vuol dire raccontare una storia significa interrogarsi sui nostri tempi e sui nostri cammini di oggi, e la letteratura, il luogo delle storie, è la dimensione in cui più profondamente si avverte e si fa parola (canto, e incanto) una simile esigenza.

Non si può mettere il broncio ai propri tempi senza riportarne danno, diceva Robert Musil. Per appartenere al tempo o prenderne le distanze, per amare la contemporaneità o distaccarsene, bisogna trovare il modo di capire il presente e le sue contraddizioni, decifrare i segni dei tempi che corrono e provare a indovinare quelli che verranno.

Che cosa significa il mare? Non è mai solo un affaccio; a volte è un muro. È avventura e pericolo. È incontro, scambio, lotta, conquista, dominio. È orizzonte e apertura, ma anche limite e ostacolo. Il mare è l’anima e la storia della città di Napoli, la culla di un’epica sconfinata; è vastità e lontananza, per perdersi e per ritrovarsi. Esplorare questa corona di significati lungo una pluralità di linee, reali e metaforiche, è il senso di questo percorso.

Come si annuncia il nuovo, se non come un segnale non ancora decodificato? E l’altro, la cui frequenza ci è ignota, su che canale trasmette? Nel frastuono dell’attuale società della comunicazione, la più ricca di informazione che l’umanità abbia mai sperimentato, diviene indispensabile una riflessione sui grandi generi – così li chiamava Platone – dell’identità e della diversità, e sul modo in cui possono reclamare lo spazio che gli è dovuto; le pagine dei libri servono anche a questo.

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